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(L’) io e il caffè
Di Kevin Tomasi
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(L’) io e il caffè
Di Kevin Tomasi
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(L’) io e il caffè
Di Kevin Tomasi
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Stare solo a volte non lo sopporto. Per uno come me è normale e piacevole, tolto quando esco a bere il caffè. Stazione a Brignole, precisamente. È il caffè migliore che abbia mai bevuto, non ha rivali. Da tempo, però, sento come il bisogno di berlo con qualcuno e convincermi del fatto che c’è del buono anche nelle persone e nella loro compagnia. Non ho nessuno da chiamare, ho pensato di uscire e chiederlo a qualche passante. Non è semplice, è il modus operandi che ho usato qualche giorno fa. Ho scontrato apposta una ragazza col caffè in mano, così da farglielo cadere e potergliene offrire uno. La conversazione è stata noiosa e scontata, il caffè è rimasto imbevuto, oggi potrebbe andare meglio. Uscito di casa, zona vicoli, mi dirigo spedito verso la stazione. Un clochard si trova lì, passa le sue giornate a giocare a carte, a meno che non si intrattenga in strani balletti per raccattare due monete, è innocuo, sono sicuro potrà raccontarmi qualcosa di interessante riguardo la sua vita.
«Ciao.» Esordii io, con un radioso sorriso sintetico.
«Ciao.» Rispose lui, gentile e con una folta barba che gli copriva le guance.
Andai dritto al punto.
«Ti va di bere un caffè insieme?»
«Insieme?» Mi guardò perplesso.
«Sì, insieme» dissi, «però non mi va di portartelo, sediamoci.»
Mi tese la mano e lo aiutai ad alzarsi. Una volta seduti, la prima cosa che mi venne in mente di chiedergli fu quanti anni avesse e come si chiamasse.
«Se posso, come ti chiami… quanti anni hai…»
«Il caffè?»
Lo facevo più gentile.
«Vado a ordinarlo. Intanto cerca di ricordarti il tuo nome e la tua età.» Provai a fare il simpatico, non sortì alcun effetto, il suo volto rimaneva impassibile. Solo quando tornai con i caffè potei intravedere un debole sorriso.
«Ecco a te.» Glielo posai davanti sedendomi di fronte a lui. «Allora?»
«Mi chiamo Pierluigi, ho quarant’anni.»
«Come sei finito a dormire in strada?» Glielo domandai non preoccupandomi della reazione.
Pierluigi finì il caffè, bastò un sorso.
«Mi sono giocato tutto. Mia moglie mi ha lasciato, mia figlia non vuole più vedermi… la mia vita è questa. Se avessi dei soldi starei sicuramente meglio e risolverei i miei problemi, al giorno d’oggi sono tutto.»
Risolvere i problemi? Ha perso tutto, vivendo in strada dovrebbe aver capito che i soldi non sono niente. Sono pezzi di carta che corrompono, con una consapevolezza maggiore vivrebbe bene ugualmente. Prima non esistevano i soldi, non esisteva cibo a pagamento, semplicemente era: l’umano che viveva nel mondo. Adesso sembra: l’umano che senza un tetto e dei soldi non vive. Certo, il sistema non ti permette di vivere degnamente se non hai un tetto e due soldi in tasca; eppure, continuo a credere che tutto stia nella nostra testa.
«Comunque, non gioco più, sono guarito. Mi preoccupo solo di racimolare due soldi per mangiare.»
Se fosse davvero così una cosa l’ha capita: come spendere nel modo giusto i soldi. Gli allungai cinque euro per comprarsi del cibo, ero curioso di sapere cosa ne avrebbe fatto.
«Sono per te. Così puoi comprarti da mangiare.» Li poggiai accanto alla sua tazza di caffè. Non li prese subito.
«Come ti chiami?»
«Gioele…»
«Grazie Gioele, grazie, grazie, grazie.» Ringraziandomi gli vennero gli occhi lucidi.
Ci salutammo e mi allontanai lentamente. Guardava la direzione che prendevo. Quando pensò fossi scomparso notai che virò d’un tratto, dirigendosi verso il tabacchino. Aspettai qualche minuto e lo vidi uscire con un gratta e vinci in mano. Mi venne da sorridere, era la conclusione più ovvia. Un caffè sprecato, avevo fatto bene a non berlo. Da Pierluigi mi aspettavo di più. Avevo dovuto ascoltare le solite banalità e avevo assistito alla cosa più scontata che potesse accadere. Con i soldi che gli avevo dato aveva comprato uno stupido gratta e vinci. Devo trovare la persona giusta con cui bere un caffè, sono certo esista.
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Illustrazione di Arianna Pilotta
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Illustrazione di Arianna Pilotta
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Illustrazione di Arianna Pilotta
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Rientrando in stazione vidi davanti a me un anziano signore con il bastone. Escogitai un piano su come invitarlo a bere un caffè, avevo in mente una soluzione, non doveva vedermi nessuno. Mi avvicinai a passo svelto, con disinvoltura sfiorai il bastone su cui si reggeva. Bastò un attimo, lo presi al volo prima che toccasse il suolo.
«Cavolo, mi scusi!» Esclamai. «Sta bene?»
«Non preoccuparti, stelin.» Intanto raccolsi il bastone da terra.
«Tenga, il suo bastone.» Quando lo riprese in mano lo convinsi a bere un caffè.
«La vedo scosso. Mi permetta di offrirle un caffè e un bicchiere d’acqua. L’accompagno ai tavolini.» Non gli diedi il tempo di rispondere, porsi il mio avambraccio a cui sì aggrappò.
«Mi deve scusare. Ero di fretta per il treno e accidentalmente ho scontrato il suo bastone.»
«Stai tranquillo. Sei un ragazzo educato, so che non l’hai fatto apposta.»
«Allora mi aspetti qui. Mi conceda di offrirle qualcosa da bere. Arrivo subito.»
Presi due caffè e mi feci dare un bicchiere d’acqua.
«Come si chiama?» Domandai.
«Gioacchino, un nome vecchio e soprattutto da vecchio, proprio come me.» Un sorriso amaro lo avvolse.
«Quanti anni ha? Non è una signora, mi permetta di domandarglielo.» Accennai un sorriso e guardai la schiuma del mio caffè.
«Ho settantacinque anni. Mi sento in forma, se non fosse per il bastone me ne darebbero sessanta.»
«Tutto sommato non se li porta male. Anche se dalle mani gliene avrei dati novanta.» Provai a scherzare, senza successo. Cominciò un discorso riguardo al lavoro.
«Come ti chiami? Quanti anni hai?» Mi domandò prima.
«Gioele. Ho vent’anni.»
«Gioele, quando avevo la tua età lavoravo dalla mattina alla sera. I giovani d’oggi sono pigri. Un tempo non era così.»
Ci risiamo. Il nonnismo prende piede e questo caffè comincia a non avere l’appeal che aveva all’inizio.
«Lei cosa ha capito, arrivato a questo punto della sua vita?»
Cercai di risultare il giovane che chiede il senso dell’esistenza all’anziano saggio.
«Che la pigrizia non porta a nulla. Bisogna lavorare, giovine.»
Speravo di sentire discorsi più profondi da parte di un anziano. La speranza svanì all’udire quelle parole. Mi congedai all’istante lasciando la tazzina di caffè piena e l’anziano in ripresa.
«Ora devo proprio scappare. Spero si sia ripreso. È stato un piacere, signor Gioacchino.»
«Ciao, stelin.»
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Mi sentivo scoraggiato. Da tempo facevo questi test sulle persone e non avevo ancora trovato qualcuno affine a me. Uscire, beccare qualcuno a caso, creare la situazione e fare in modo che sì sedesse con me, tempo e caffè sprecati. Non volevo arrendermi e dopo aver fatto un giretto in piazza De Ferrari, ritornai in stazione. Davanti a me seduto ai tavolini c’era un ragazzo, aveva un caffè davanti, potevo chiedergli se gradisse compagnia. Mi avvicinai con cautela andando verso la sedia che stava di fronte a lui.
«Posso?» Chiesi, senza sembrare indiscreto.
«Puoi» non mi degnò d’uno sguardo. «Non ho ancora bevuto il mio caffè.»
«Non ti piace? È il caffè migliore di tutta Genova, per me.»
«Mi piace, ma queste persone attorno a me che vanno e vengono mi trasmettono inquietudine. L’ho preso molte volte, e tante altre l’ho lasciato qui senza averlo bevuto.»
Per un momento mi sentii meno sconsolato e ne approfittai per ordinare un caffè che arrivò subito.
«Ti capisco. Chissà a cosa pensano…»
«Non saprei dirtelo. Ma quante di loro conoscono realmente ciò che sono?» Diede un sorso al caffè, il volto puntava continuamente verso il basso, come non volesse mostrarsi.
«Se l’umano conoscesse se stesso sono certo che si domanderebbe se è giusta la vita che gli fanno condurre.»
«E tu? Conduci la tua vita esattamente come loro.» Ribatté lui.
«Può darsi, ma non c’è un momento della mia vita in cui non sia stato finto. Giro in solitudine cercando persone che mi diano una speranza. Mento con loro dall’inizio. Gioele di qua, Gioele di là… non mi chiamo Gioele» Il mio volto si dipinse di un sorriso maligno e incontrollato. «Mi chiamo William.»
Incredulo nel avergli rivelato il mio vero nome, gustai il caffè dall’inizio alla fine. Il più buono che avessi mai bevuto. Poco dopo trovai il coraggio di alzare lo sguardo per guardare negli occhi il ragazzo di fronte a me, ma quel ragazzo non c’era più, di fronte a me non c’era nessuno.
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